Nicoletta Ariani e il suo “Attimo Fuggente”

di Redazione

“Se si sogna da soli, è un sogno. Se si sogna insieme è la realtà che comincia.” (Proverbio Africano)

 

Ottobre 1990, classe 5° B, ultima di ora del sabato, quella giusta per entrare nel weekend: religione! Poi con il Prof Don Claudio Zuin tutto viene da sé, aria bonaria, sempre disponibile e aperto al dialogo, paziente anche con chi non partecipa e ha la testa da un’altra parte. Infatti quel sabato chi aveva voglia di ascoltare? Io no di sicuro. Pensavo già al mio pomeriggio di relax senza studio. Ma certi giorni ci riservano sorprese che a volte ti cambiano la vita. All’inizio dell’ora entrano degli ospiti, una ex studentessa del Fermi uscita pochi mesi prima dalla sezione A, Alessandra, una che si nota. Insieme a lei Patrizia e Vittorio, due giovani genovesi che ci vengono a raccontare la loro esperienza come volontari della Comunità di Sant’Egidio.

Un fatto curioso, ma si sa, il Don era favorevole a farci conoscere realtà esterne alla scuola, a differenza di altri licei i cui insegnanti avevano rifiutato la proposta. Ricordo ancora parte di quel discorso: non si trattava solo di raccontare il loro impegno ma era qualcosa di più. La loro idea di città e di chi la abita mi aveva molto incuriosita. La città non è solo quella che conosciamo e siamo abituati a percorrere. C’è un’altra città, quella che non è compresa nel tragitto casa-scuola e ritorno. Quella che sta fuori dal centro, dove si fanno le vasche il sabato pomeriggio o si fanno gli acquisti più interessanti.

C’è una città che spesso è nascosta ai più, nascosta dai cartelloni della pubblicità: sono i quartieri periferici che non conoscevo e di cui ignoravo l’esistenza. Le cosiddette periferie geografiche ma anche umane. La proposta era semplice: troviamoci oggi pomeriggio con chi vuole per continuare a parlarne e capire come conoscere meglio la nostra città. Così il pomeriggio di relax si trasformò in un appuntamento al quale, senza mettermi d’accordo con nessuno dei compagni, non mi ritrovai da sola. Eravamo un bel gruppo della classe, evidentemente non conoscevo bene nemmeno i miei compagni. Chi lo avrebbe mai detto! Dopo quell’incontro ne seguirono altri in cui cominciammo a visitare alcuni quartieri della nostra città così come si visita in gita scolastica un città diversa dalla propria. Una parte del quartiere Palestro, tanti anni fa detto in modo dispregiativo quartiere cinese, poi Mortise e altri ancora…certo non tutti erano uguali.

Cominciai a rendermi conto che non conoscevo davvero la mia città nonostante i miei 18 anni e volevamo con quelle visite provare a colmare una distanza, squarciare un muro di separazione e solitudine invisibile ma molto tangibile. Non pensavo che a Padova, un po’ come nelle grandi metropoli, potessero esserci persone, bambini, anziani, famiglie che vivevano ai margini per tanti motivi. La cosa si faceva interessante, anche perché altri studenti del Fermi si unirono, in particolare quelli della 3° B….più piccoli per noi dell’ultimo anno, ma veramente simpatici, una classe un po’ fuori dagli schemi. I nostri appuntamenti divennero settimanali, ogni venerdì e poi anche il sabato. Cosa potevamo fare noi per gli altri? Questa domanda saliva dentro di noi…..come giovani studenti potevamo essere d’aiuto a quei bambini che spesso erano soli e che avevamo incontrato per strada perché le loro famiglie non riuscivano a occuparsi di loro come era stato per noi e spesso i loro risultati scolastici ne erano la conseguenza. Cominciammo la Scuola Popolare, che continua ancora oggi e si chiama Scuola della Pace, sull’esempio di un grande educatore del ‘900: Don Lorenzo Milani.

Quello che gli iniziatori della Comunità di Sant’Egidio a Roma e in altre città avevano cominciato partendo dai bambini delle periferie lo stavamo realizzando anche noi a Padova. Certo non era sempre facile unire l’impegno allo studio, ma dopo aver aiutato i bambini di Mortise nei compiti c’era un fitto scambio di versioni ed equazioni! L’entusiasmo cresceva e non si trattava solo di un tratto giovanile, era la gioia per aver scoperto che c’è un senso nella vita più grande, che va al di là dei propri successi personali e di quello che si apprende sui banchi di scuola. Alcuni insegnanti del Fermi cominciarono ad interessarsi e a incoraggiarci. In particolare la nostra docente di Storia e Filosofia, prof.ssa Scimemi, ci aiutò a trovare un posto dove poterci incontrare senza dover essere ospitati sempre da altri. Un posto nostro. E si spinse ancora più in là pagando per noi l’affitto di un locale per un anno fino a che non siamo riusciti ad essere autonomi. Era un po’ come vivere dentro “L’attimo fuggente”, quel film uscito l’anno prima in cui Robin Williams interpretava un insegnante che diceva ai suoi studenti: “Carpe diem, cogliete l’attimo ragazzi, rendete straordinaria la vostra vita”. Solo che non stavamo vivendo in un film, ma stavamo realizzando qualcosa per noi e per gli altri che continua ancora oggi.

La Comunità di Sant’Egidio oggi a Padova, grazie all’impegno di tanti che si sono aggiunti in questi anni, è vicina alla vita di molti poveri e persone sole della città. Una realtà vivace che vuole contribuire in modo importante al dibattito culturale della città per continuare a costruire dopo quasi 30 anni dai suoi inizi qui a Padova uno spazio del vivere insieme a discapito di tanti venti contrari. Anche la Comunità di Sant’Egidio, nata a Roma dal sogno di uno studente, Andrea Riccardi, di un altro liceo, il Virgilio, ha appena compiuto 50 anni. Non credo sia un caso che questa storia a Padova abbia trovato i suoi inizi in un liceo come il Fermi, grazie anche alla sensibilità di insegnanti che ci hanno incoraggiato non solo allo studio, ma che hanno compreso la nostra voglia di essere un NOI prima di tanti IO.

Sento un debito personale verso questa scuola e le persone che l’hanno abitata accompagnandomi in un percorso straordinario. Alcuni dei miei compagni di allora sono i miei amici ancora oggi. Questa scuola ha visto nascere un sogno che è stato portato avanti anche da altri studenti di generazioni successive. In momenti storici differenti rimangono vere le parole di Martin Buber: “ La leva con cui sollevare il mondo è il cambiamento di se stessi e nessuno può impedire il cambiamento di me stesso”. Il mio augurio è che la capacità di sognare possa continuare ad essere un “primato” tra i tanti di questa scuola, lo dico da ex fermiana e da mamma di un attuale fermiano.

Nicoletta Ariani