Lorenza Destro: il ricordo del Prof. Enio Gonano


Lorenza Destro, studentessa della sezione C dei primi anni 80, scrive una tenera e commovente lettera ad Enio Gonano, professore di Storia e Filosofia, scomparso in un tragico incidente.

Ciao Enio,

è da un po’ – un bel po’ – di tempo che volevo scriverti perché mi è rimasta in gola una parola.

Scusa.

 

Scusa se, quando eri il mio professore di storia e filosofia, a volte mi prendevo qualche libertà nei tuoi confronti, facevo un po’ troppo casino in classe o qualche volta ti ho bonariamente preso in giro. A te queste cose scivolavano addosso, a parte qualche rara occasione in cui esprimevi il tuo disappunto con la fatidica frase “Signori, oggi non andiamo d’accordo”. Gli adolescenti sanno essere crudeli con chi si mostra più morbido e accondiscendente nei loro confronti, ma la nostra non è cattiveria.  È stupida superficialità.

Però anche tu, cazzarola, con quella tua fissa di farti dare del “tu” da noi ragazzi, unico caso di insegnante (a quei tempi, poi, primi anni ’80) che rinunciava a priori al baluardo della formalità pronominale. Non ero abituata a questa familiarità che strideva fortemente con il rigido formalismo imperante nei lunghi corridoi semibui e austeri, intrisi di quell’aria leggermente snob che si respirava un po’ dappertutto, dalle aule agli uffici amministrativi fino alla temibile “No Fly Zone” della Presidenza. Se il Fermi si era guadagnato in relativamente poco tempo la fama di scuola un po’ blasé e fighetta, un motivo (anzi, più di uno) ci sarà pur stato.

La filosofia non mi appassionava tanto, perché ero e sono rimasta una persona poco incline alla speculazione intellettuale – infatti proprio tu mi avevi pronosticato un concreto futuro in Polizia e chissà che non avevi ragione – ma mi piaceva come cercavi di rendere attuali le diatribe presocratiche, gli insegnamenti kantiani e la complessa ideologia hegeliana (la più oscura di tutte) con risultati sicuramente più rilevanti delle asettiche elucubrazioni del Geymonat. La storia invece quella sì, che mi intrigava, proprio tanto.

Nec ridere, nec flere, nec detestari sed intelligere era una delle tue citazioni preferite, che applicavi fuori e dentro le aule scolastiche. Mi hai fatto capire che la storia la scrivono i vincitori – qualsiasi cosa significhi questa parola – e che non bisogna mai, mai e poi mai, fermarsi alla prima lettura dei fatti. Approfondire, indagare, intelligere. Non le battaglie, non i re, non i generali: erano importanti i collegamenti tra i fatti, che ai nostri tempi si potevano fare solo consultando tomi alti un palmo e non cliccando con comodo sullo schermo di un pc. Sed intelligere. Eri un cittadino attivo, attento alla vita del tuo quartiere, impegnato non solo con le parole ma con i fatti. Sed intelligere. Se sono diventata una cittadina appena decente, è stato anche grazie al tuo esempio, perché in quella devastante età che è l’adolescenza, sono le azioni degli adulti che rimangono scolpite nella memoria, non le parole. Le chiacchiere se le porta il vento, solo i fatti restano. Una sola volta non ci sei riuscito, a intelligere quando, stravolto dalla rabbia e dallo sdegno, hai sbattuto con disperazione il Corriere sulla cattedra l’indomani di quel 5 febbraio 1981 quando capimmo tutti, nel modo più brutale, che “anni di piombo” non era una frase fatta da telegiornale ma una minaccia reale, che potevamo incontrare dietro casa, sull’argine del canale Scaricatore.

È un po’ la maledizione dell’insegnante, quella di essere apprezzato solo dopo essersi sgolato per tanti anni. E, mannaggia a te, te ne sei andato così in fretta – ma che, si fa così, senza avvertire? – che non ho fatto a tempo a chiederti scusa per quanto sono stata stupida. In tutti questi anni una punta di rimorso mi ha sempre accompagnato ogni volta che mi venivi in mente, al ricordo della tua andatura militarmente buffa – un incedere deciso e al tempo stesso interlocutorio – ai tuoi capelli con il taglio alla marine sulla nuca ma con un ciuffo dritto dritto sulla fronte che abbassavi con un gesto goffo della mano che era un po’ il tuo marchio di fabbrica.

Conservo una foto di gruppo di una gita in cui sei di profilo, austero come un piccolo Cesare, attorniato da noi ragazzi. Mi piace ricordarti così, in mezzo a tanta gente giovane, sempre pronto a dedicare un po’ del tuo tempo a chi ti chiede un consiglio. Ovunque tu sia, spero tu riceva queste mie scuse, tardive ma sincere. E fa niente se dove sei non c’è la rete dati o il wi-fi. Esiste un mezzo di gran lunga più potente: si chiama corrispondenza di amorosi sensi. E funziona sempre, anche quando non c’è segnale.

Ah, un’ultima cosa: non sono entrata in Polizia, ma leggo vagonate di gialli e polizieschi… vale lo stesso?