1969, l’anno del Fermi, l’anno di Easy Rider


Roberto Vanin, blogger e critico cinematografico ci “offre” il suo prezioso contributo per comprendere il clima culturale del 1969, l’anno del Fermi. Grazie a Roberto per questo suo pezzo scritto appositamente per 50annifermi.

 

Nel 1969 Dennis Hopper scatta un’istantanea epocale del Sogno Americano, ma gli unici ad uscirne a fuoco sono proprio i due protagonisti, Wyatt e Billy, assieme al povero George Hanson, massacrato in una notte di sogni venusiani. Uno dei principali cult degli anni ’60, un nastro di celluloide che contiene una precisa visione del mondo e della vita. L’opera prima del regista é una parabola tragica di una generazione che, nell’America del Vietnam, quella di un tempo ormai tramontato dei figli dei fiori e dei sogni infranti, rifiuta ogni regola e si mette in viaggio.

L’importanza di Easy Rider trascende le sue indubbie qualità artistiche. Sceneggiatura esile ed essenziale scritta dagli stessi Hopper e Fonda con l’aiuto di Terry Southern. Il resto lo fanno la fotografia di Làszlò Kovàcs, la musica di Steppenwolf (Born To Be Wild), The Byrds (Wasn’t Born To Follow) ed Hendrix (If 6 Was 9) e il carnevale di New Orleans. Un road movie sulla giovinezza, il desiderio di evasione, sulla droga e la necessità di crescere, sottolineato da una colonna sonora divenuta altrettanto mitica. Tra filosofia hippy e ribellismo rock, due ruoli diventati sinonimo dell’”on the road” americano, anche se il film rimane soprattutto una ballata amara e dolente sulla tolleranza, che trova il suo senso profondo nella parole di Dylan in “It’s Alright Ma” che Roger McGuinn canta nella colonna sonora:

“E se si potessero vedere i miei sogni probabilmente metterebbero la mia testa in una ghigliottina, ma non è niente, è la vita, la vita soltanto”.

 

Da ricordare i discorsi dei tre protagonisti davanti al fuoco (“gli abitanti di Venere non hanno capi perché ognuno di loro è un capo”), le scene lisergiche al cimitero e il finale, come un pugno nello stomaco. Più paura che libertà per i due indimenticabili zingari con i caschi a stelle e strisce. La libertà di Easy Rider è una questione più antica, che ribalta l’apatia di Dustin Hoffman ne Il Laureato (1967) di Mike Nichols e la sublima nel viaggio, nel chiamarsi fuori dai ritmi della produzione e, più in generale, dalle dinamiche occidentali. Lo stesso film è animato da una tensione interna, riscontrabile grazie a un montaggio frenetico e talvolta distante dalla continuità classica. Ritroviamo così numerosi flash-forward e persino una scena, forse la più celebre della pellicola, in cui la macchina da presa si conferma empatica, capace di mostrare, in un misto di soggettività e oggettività, i protagonisti e il loro affascinante trip dovuto all’assunzione di un acido.
Easy Rider, insomma, è una di quelle opere che riesce, in modo informale e col passare del tempo, a fare a pezzi i confini dell’opera stessa, diventando materia fluttuante, libera di stupire e farsi capire, correndo il rischio – minimo, a dire il vero – di essere considerato un film parziale, sopravvalutato dalla generazione di riferimento.

Roberto Vanin

 

 

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