Il Fermi tra Futuro e Presente, la testimonianza di Roberto Valente

Era il 1973,appena quattro anni dopo la nascita del Liceo, quando iniziò il mio percorso scolastico al Fermi. Quell’autunno si preannunciava come più cupo rispetto agli anni precedenti. Alla fine dell’estate nel nostro Paese vi era una grande preoccupazione per il diffondersi del colera in alcune città del Sud. A livello internazionale il golpe in Cile del generale Pinochet con l’uccisione di Salvador Allende aveva scosso l’opinione pubblica, soprattutto il movimento giovanile la cui protesta animava il dibattito politico all’interno della scuola. Di lì a poco la guerra del Kippur in Israele, determinando l’embargo dei Paesi produttori di petrolio aderenti all’OPEC , avrebbe portato poi a novembre alle drastiche misure dell’austerità con le domeniche senza auto, la chiusura di cinema e teatri entro le 23 ivi comprese la conclusione delle trasmissioni televisive . Io avevo scelto il liceo scientifico un po’perché ben sette compagni delle medie avevano optato per quella scuola ma anche su consiglio di mio padre che riteneva che il liceo classico fosse troppo impegnativo per me.

Il Fermi, che già godeva di autorevolezza per la serietà e il rigore degli insegnanti, apriva così le porte la mattina del primo di ottobre, San Remigio, tradizionale data per tutte le scuole italiane di inizio delle lezioni. Non c’erano all’epoca le attuali pre iscrizioni ma l’iscrizione era condizionata dal luogo di residenza. Quell’anno vi era stato un successo di iscrizioni: le classi prime arrivavano fino alla lettera M. Così quel mattino di autunno mi ritrovai con centinaia di miei coetanei nel primo cortile di via Configliachi, in attesa di essere chiamato. Speravo di essere con i miei compagni delle medie ma via via che la vicepreside chiamava i nominativi per ogni classe non sentivo pronunciare il mio nome, ne’ tanto quello loro. Mi venne un po’ di panico pensando di essere capitato in un mondo completamente estraneo al mio. Dopo tanti nomi ecco declinare il mio nome e cognome: ero stato destinato alla sezione F. Ad attenderci sotto il portico vi era l’insegnante di Latino la cara e indimenticabile professoressa Renata Florit, che con il suo sorriso ci portò in classe. Lì realizzai due aspetti nuovi: il primo che i miei nuovi compagni erano tutti nuovi e inoltre per la prima volta ero in una classe mista, dove per alcuni di noi le stesse compagne sarebbero diventate fidanzate, mogli o amiche di una vita. L’impatto con lo studio fu per me traumatico: il salto con le medie fu abissale Dopo le prime settimane capii che non si scherzava e che la prima liceo era tutt’altro che una passeggiata. Da un lato le materie letterarie venivano affrontate con un approfondimento che esulava dai libri di testo, dall’altro la vera novità era la matematica la cui disciplina non era tradizionale in quanto si fondava sull’insiemistica che introduceva dei concetti che, ma a distanza di anni, ho capito essere alla base dell’informatica. Il corpo docente era di una preparazione e severità superiore alle mie aspettative. Alcuni di loro erano poco più che trentenni, ma dimostravano una preparazione e un rigore che sicuramente hanno poi inciso nella mia formazione degli anni successivi. Oltre alla compianta Renata Florit, desidero ricordare con grande stima e affetto Diana Burla, Fiorella Catalano e Anna Tartarini cosi come, al triennio, Maria Laura Mercaldo . Tra loro però vi era un insegnante che si distingueva tra tutti per età più matura ma ancor più per il portamento che definirei regale: parlo di Cecilia Favaro, l’insegnante d’inglese. Mi piace ricordarla per l’eleganza innata, la raffinatezza di persona di altri tempi non scalfitta dagli anni in cui nella scuola vi erano gli strascichi della contestazione del ‘68. La rivedo avanzare verso la nostra classe con passo cadenzato, preceduta da qualche volontario che portava il registratore e i suoi libri, il suo fermarsi sulla soglia della porta della classe aspettando che noi fossimo in piedi e in perfetto silenzio in attesa del suo “Good morning” con cui si annunciava alla classe. Quel nostro silenzio durava tutta l’ora, né lei alzava mai la voce, né da parte nostra vi fu mai alcun sintomo di contestazione. Penso che quel portamento non fosse indice di autoritarismo ma di autorevolezza della sua persona, autorevolezza che, pur nella nostra incoscienza giovanile, forse avevamo colto se non capito. Qualche anno dopo divenne la preside del liceo: non a caso, la prima donna a dirigere la scuola, in un’epoca in cui i vertici delle istituzioni scolastiche erano di forte prevalenza maschile . Si è spenta qualche anno fa quasi centenaria ma credo che nel cinquantesimo anniversario della scuola sia doveroso renderle omaggio e così facendo ricordare chi, come lei, ha contribuito a rendere solide le fondamenta del liceo Fermi, aprendo la strada a tante altre eccellenti dirigenti scolastiche compresa, last but not least, l’attuale. Da quel primo giorno di scuola i mesi e le stagioni passarono velocemente. Vi era certamente in atto un cambiamento. L’approvazione dei decreti delegati sulla rappresentanza degli studenti negli organi collegiali segnava una nuova era: le assemblee, le discussioni, le elezioni dei primi rappresentanti furono senza dubbio un momento d’intenso impegno da parte di tutti noi. In questo contesto iniziava un nuovo dialogo tra noi studenti e insegnanti. Ricordo con grande nostalgia quei pomeriggi a scuola, all’inizio del triennio, con la professoressa Carla Bonini che ci stimolava ad affrontare i più vari temi sociali: a lei credo che molti di noi siano ancor oggi grati per averci fatto conoscere autori come Vittorini, Don Milani, la Fallaci e averci fatto crescere in un momento della nostra giovinezza, dove era facile cadere in facili strumentalizzazioni esterne che in quegli anni segnarono la vita molti studenti. La scuola, pertanto, apriva quella porta che nel segno della tradizione portava quel vento di rinnovamento che poi è stato vissuto sempre più intensamente dalla generazioni future. Arrivò il 1978, finalmente l’anno della maturità: e in quei primi sei mesi accaddero eventi significativi quali il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro per mano delle Brigate rosse, le dimissioni del presidente della Repubblica Leone e il crepuscolo del pontificato di papa Paolo VI. Stava finendo un’epoca. Furono certamente eventi che mi colpirono perché di lì a poco avrebbero cambiato la storia del nostro paese ma la mia concentrazione era tutta rivolta all’esame di maturità che fu vissuto con grande apprensione ed emozione tipica di un ragazzo appena maggiorenne che viveva con trepidazione la conclusione di un ciclo di studi in attesa di un futuro pieno di incognite. Oggi quel futuro è il mio presente dove i risultati di una vita lavorativa mi portano spesso a riflettere e chiedermi cosa mi ha dato il Liceo. Penso, in primo luogo una formazione e un modello di studio che è stato fondamentale nel percorso personale di studi professionali; mi ha dato anche un’impostazione di vita che mi ha fatto rimanere sempre me stesso mantenendo sempre quel rapporto con compagni di classe che oggi posso dire con grande orgoglio sono compagni di una vita

Venezia 28 marzo 2019 .

Roberto Valente è Segretario Generale del consiglio Regionale del Veneto, anima della classe-pilota del 50 esimo e compagno di classe di Carla Gobbo e del marito Paolo Zannon 5F 1978