7 Febbraio: che lo Spettacolo abbia inizio

TUTTO QUELLO CHE AVRESTE SEMPRE VOLUTO SAPERE SUL RETROSCENA DI UNO SPETTACOLO (ma che non avete mai osato chiedere)

Freneticamente mi rigetto nei camerini – e chiamare un corridoio stretto attiguo a due stanzine “camerino” è un gran favore che sto facendo alla struttura – e sgomito per arrivare alla mia pila di costumi.

Là venti persone; altre tre-quattro avanti a me e due si fanno spazio alle mie spalle, tutti ansanti e sudati; dentro montagnole di stracci e oggetti scenici consunti da spettacoli mai visti da noi, riverse sulle sedie, abbandonate per tutta la lunghezza dello spazio, intralciando il camminamento e la vestizione stessa.

A sinistra il camerino delle femmine, un mondo misterioso, blindato da una porta di ferro pesante e antica, sorvegliata da venti guardiane, retta dalla pudicizia più che dai cigolanti cardini – guardandolo mi sorgono in mente le storie dei famosi “camerini comuni” del teatro di Vicenza, una leggenda più che un ricordo ormai, quando ancora raccontavano non solo che “teatro è sofferenza inutile”, ma anche “teatro è promiscuità”.

Mi fermo un attimo (davanti alla porta, quindi mi becco un paio di spintoni).

Mi fermo a osservare i miei pari e a godermi il momento. Cinquanta persone sgomitano s’intorcolano s’incrociano strette strette pancia a pancia, incuranti del sudore della polvere delle voci altrui, che comunque vada non sono mai troppo alte per non essere superate; urlano imprecano scaldano insomma le ugole pronti a replicare lo stesso ardore gli stessi sacramenti le stesse frettolose ma gioconde sfanculate che presto metteranno tutte nella testa di ponte della loro invasione del palco: un’orda addestrata alle barbarie e provata dalle prove che usa la voce come obici per bombardare il pubblico della sua ansia e stanchezza che esplodono in un quadro futurista di finzione ad alto volume.

Quanta più violenza scaricheranno nella rabbia confusionaria che i camerini meritano di vedersi riversata, tanta più ansia si allontaneranno, tanto più furore avranno nell’imporsi sul pubblico e nel fare a braccio di ferro con la pazzia cercando di perdere.

Mi fermo e interrompo il mio flusso di pensieri. Mi fermo, fiero di noi e carico di spirito idealistico (che proprio Hegel scànsati). Tiro un profondo respiro, c’è un’aria viziata che sa di paura, stantia di sudore. Adoro l’odore di teatro la sera.

Col petto gonfio di onore giullaresco già carico della finzione scenica, decido di buttarmi nella mia stanzina perché satollo di soddisfazione.

Spazzo l’aria a spintoni e gomitate e nel giro di 5 minuti e 12 madonne esce dai corridoi del retropalco uno spavaldo Petruccio, carico di furore maschilista e cupidigia modellata alla Sardanapalo.

Io, vedete, vi ho appena raccontato un evento passato ma ben potete intendere come questo sia irrilevante: nulla sarebbe cambiato perché questa è un’arte immortale e universale; le stesse emozioni, le stesse spintonate guarnite di bestemmie e polvere sarebbero valse il 21 febbraio come il 16 ottobre (data della replica della Bisbetica Domata sopra narrata), e questo pesa nel parlarne: 7 febbraio? 14 febbraio? 21 febbraio? Quando è successo tutto ciò? 14 maggio? 6 giugno? Chi può prendersi la presunzione di dirlo?

Ecco l’universalità del teatro, e quando parlo di universalità parlo di quest’arte come una cosa che è sporca e materiale, eccitante, costruita per chi vuole insozzarsi dentro e fuori, con una sua carica eretica (erotica) e rivoluzionaria.

Vorrei far storcere almeno il naso a qualcuno con queste parole, fargli capire che palco vuol dire vedere i nostri istinti più bassi – gli stessi dei nostri nonni e dei nonni di Shakespeare prima di loro – fatti nobili dell’arte che diventa la loro nutrice: passioni guerresche finalmente legittimate per sfuggire legittimamente ai nostri imperativi categorici e lasciarci finalmente, per un’ora o poco più, giocare a essere umani.

Per questo accogliamo a schiaffoni sovietici chi ci taccia di perdere troppo tempo col teatro, di stare troppo a prove, di passare le domeniche coi nostri consimili, perché teatro non ci basta, vogliamo più teatro e non poteva essere motivo diverso da questo quello che ha trainato questa rassegna: tre serate organizzate esclusivamente da noi per festeggiare questo sposalizio con la follia, dirette alla scuola perché con la nutrita partecipazione di ragazzi offertisi di utilizzare buona parte del proprio tempo libero per saziare questa fame di spettacolo e soddisfare quella loro impellente voglia di più teatro.

Quindi, ecco a voi il programma della rassegna, insomma la tangibile dimostrazione del frutto dei nostri

sforzi:

 

TUTTE LE SERATE: ingresso in sala ore 20:40, inizio spettacoli ore 21:00.

Presso il Cinema-Teatro Don Bosco (via S. Camillo de Lellis 4, PD).

Ingresso libero.

–       7 febbraio.

  • – SKETCH COMICI, “i Francescani”. (Referente: Francesco Ara, ex studente.)
  • – DIVINA COMMEDIA CANTO 1°, recitato a memoria da Francesco Busato.
  • – MONOLOGO “BASTEREBBE UN FIORE”, Francesca di Muro.
  • – COMMEDIA in due atti “MORTE? NO GRASSIE!”, gruppo de “El beo, El bruto,
  •   El simpio”. (Referente: Alessandro Vedovato, studente.)

–       14 febbraio

  • – SKETCH COMICI, “i Francescani”. (Referente: Francesco Ara, ex studente.)
  • – DRAMMA in tre atti “MIELE DI LACRIME AMARE”, compagnia de “Il Circo Volante”. (Referente: Luca Gomiero, studente.)

 

–       21 febbraio

  • – SKETCH COMICI, “i Francescani”. (Referente: Francesco Ara, ex studente.)
  • SPETTACOLO DEL LABORATORIO TEATRALE del Liceo, presentato fuori concorso. Costituito da un ironico collage delle parti dei migliori spettacoli della scuola degli ultimi 10 anni
  • ASSEGNAZIONE DEI PREMI della Rassegna

Servizio curato da Luca Gomiero

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